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Dopo l’impegno militare durante la seconda guerra mondiale, la guerra in Vietnam ha rappresentato per gli Stati uniti d’America il conflitto più sanguinoso e dispendioso della sua storia. Più di mezzo milione di uomini impiegati, perdite umane e materiali che si avvicinarono, tra 1968 e 1970, al 30% del totale.

Una “guerra di polizia”, un conflitto per il controllo politico di un lato del mondo “assaltato” dal comunismo. L’intervento americano, come la più quotata storiografia sul tema ha affermato, fu un fallimento politico e militare.

Mentre marines e truppe della pluridecorata 1° divisione aviotrasportata americana subivano le terribili conseguenze della famosa tattica “search and destroy”, (prevedeva degli estesi rastrellamenti delle zone occupate dai Vietcong ma si dimostrò fallimentare e sanguinoso), i baby boomers, quelli che in Italia saranno chiamati “sessantottini”, scelsero di dare vita alla più grande mobilitazione civile della storia americana che venne completamente ignorata dall’allora presidente Richard Nixon. Il 15 ottobre 1969 le principali strade delle metropoli americane furono invase da migliaia di manifestanti che, intonando Bob Dylan, chiedevano a gran voce la fine della guerra in Vietnam e il ritorno alla pace: si manifestava in occasione del Moratorium Vietnam Day.

Tra ’68 e ’74 le piazze furono il centro della vita politica, sociale e culturale del mondo occidentale: equità, diritti e pace le parole d’ordine. Sono trascorsi cinquant’anni. Cosa è rimasto di quell’esperienza?